PLAY THERAPY DIRETTIVA

PLAY THERAPY DIRETTIVA

Definizione 

La Play Therapy Direttiva è un intervento che consente di creare intense esperienze relazionali tra il terapeuta e il bambino, che si serve del gioco come principale mezzo di comunicazione. Il gioco, infatti, a differenza della terapia verbale, è un’attività di simboli non verbali che costituisce il linguaggio naturale dell’infanzia e ha una funzione adattiva e organizzativa durante lo sviluppo del bambino. 

Lo scopo della Play Therapy Direttiva è quello di produrre cambiamenti nelle relazioni primarie del bambino che sono state distorte o compromesse durante lo sviluppo e di aiutarlo a raggiungere un livello emotivo e sociale funzionale, congruente con il suo stadio di sviluppo, in modo da sostenere i normali progressi evolutivi. 

Le origini del gioco in terapia: i principali approcci direttivi

1. La Play Therapy Psicoanalitica 

Sebbene Sigmund Freud (1909) abbia lavorato prevalentemente con gli adulti, la sua analisi del piccolo Hans e le sue osservazioni sul significato del gioco per i bambini, indicarono la via per lo sviluppo della psicoanalisi infantile. Infatti, le sue osservazioni sul gioco, riflettevano una comprensione intuitiva della sua importanza: “l’occupazione più amata e più coinvolgente del bambino è l’atto del giocare”. Ogni bambino nel gioco riproduce tutto ciò che nella vita reale è per lui significativo e crea un mondo di cui è padrone, organizzando le cose che vi appartengono in un modo nuovo più rassicurante e più piacevole.

Integrazione del gioco nel setting psicoanalitico

Melanie Klein (1932) e Anna Freud (1946) contribuirono a creare le basi per lo sviluppo del gioco nella terapia, adattando la psicoanalisi tradizionale ai bambini. Entrambe sostenevano che molti disturbi mentali dell’infanzia fossero il risultato di conflitti inconsci, che si sarebbero risolti rafforzando l’autocoscienza del bambino e portando i contenuti inconsci alla consapevolezza, attraverso l’interpretazione e la comprensione del contenuto simbolico del gioco e dei sogni.

Mentre per Anna Freud, il gioco era considerato prevalentemente un’attività di coinvolgimento del bambino e di costruzione della relazione con il terapeuta, con Melanie Klein il gioco diviene mezzo di comunicazione e di espressione di pensieri e stati emotivi del bambino. In particolare, la Klein cominciò a definire una vera e propria tecnica del gioco, utilizzando come setting terapeutico una stanza arredata con vari materiali, figure rappresentative e giocattoli non meccanici progettati per stimolare e promuovere il gioco immaginativo del bambino.

Il loro è stato uno dei primi contributi fondamentali allo sviluppo e alla comprensione del lavoro con i bambini, che ha portato alla definizione di metodi che ancora oggi sono alla base del lavoro terapeutico. Tuttavia, la psicoanalisi infantile è un percorso molto lungo che richiede una formazione altamente specializzata e l’analisi del sé.

2. Terapia delle Relazioni Oggettuali

Donald Winnicott (1971), benché addestrato come kleiniano, sviluppò un suo personale approccio al lavoro con i bambini. Egli considerava il gioco come elemento centrale dell’esperienza terapeutica e che questo avesse una diretta continuità con una “area intermedia”, dove il bambino, utilizzando il gioco come mezzo, è in grado di gestire la transizione tra il mondo interiore della psiche e la realtà esterna.

L’approccio di Winnicott è direttivo, perché il terapeuta può scegliere una determinata tipologia di gioco come mezzo di comunicazione, e interpretativo, in quanto il terapeuta correla il comportamento manifesto e i sentimenti nascosti del bambino, solitamente inconsci. 

3. Approccio Cognitivo-comportamentale (CBT)

L’approccio cognitivo-comportamentale (CBT) deriva dalle terapie comportamentali che si sono sviluppate negli anni Settanta e che si basano sulla teoria dell’apprendimento. La CBT considera i comportamenti come appresi e i pensieri come una componente fondamentale dei nostri comportamenti e delle nostre emozioni. Questo approccio si basa sulla comprensione dei meccanismi cognitivo-comportamentali e sui suoi interventi, che sono a breve termine e direttivi. Infatti, il terapeuta, insieme al paziente, concorda gli obiettivi dell’intervento e stabilisce un programma di attività progettato per rinforzare positivamente i comportamenti desiderabili ed estinguere quelli indesiderati. La componente cognitiva svolge un ruolo fondamentale nell’apprendimento di comportamenti più appropriati e di modi di pensare adattivi.

S. M. Knell (1993, 1998), adattando i principi della CBT con gli adulti ai bambini, ha integrato l’approccio della CBT alla play therapy fondando la Cognitive Behavioral Play Therapy (CBPT) tradotta in italiano Play Therapy Cognitivo-Comportamentale. Questo approccio combina il gioco con pensieri e comportamenti adattivi al fine di aiutare i bambini a sviluppare strategie di coping efficaci per affrontare i problemi.

4. Sand Play Therapy (Tecnica del mondo)

Questo approccio è stato introdotto da Margaret Lowenfeld negli anni 20 ed è conosciuto come “Sand Play”. Lo scopo dei questa tecnica è quella di colmare i limiti della terapia verbale psicoanalitica tradizionale, e consentire al bambino di esprimere pensieri ed emozioni che non riescono a comunicare attraverso le parole. Secondo la Lowenfeld il bisogno di dare un senso all’esperienza è presente fin dalla prima infanzia, ma viene espresso dai bambini attraverso le immagini.

Ai bambini vengono forniti dei vassoi di sabbia (sandbox) e scaffali di oggetti realistici in miniatura. Successivamente vengono incoraggiati a realizzare un’immagine tridimensionale, il lodo “mondo”, nella sabbia. Lowenfeld riteneva che il mondo creato da ciascun bambino riflettesse le sue problematiche, e che, commentando il gioco, i bambini avrebbero potuto esprimere le loro emozioni e prenderne coscienza (pensiero non verbale) (Lowenfeld, 1950).

Sebbene la tecnica si basi chiaramente sui principi psicoanalitici, alcuni elementi richiamano l’approccio non direttivo, per esempio, i commenti del terapeuta sono descrittivi e non interpretativi. 

5. Play Therapy Narrativa

La Play Therapy Narrativa trae le sue origini dagli scritti di Ann Cattanach e deriva da un modello di play therapy che è stato influenzato dalla drammaterapia e da altre terapie artistiche. Gli elementi centrali sono la concettualizzazione della narrativa in funzione della psicologia del sé, la ricerca evolutiva sulla narrativa e sul gioco e l’uso della storia per co-costruire un significato condiviso (Cattanach 1997, 1999).

Le storie e le narrazioni generate nel gioco e co-costruite con il terapeuta sono gli elementi chiave del processo terapeutico, nonché agenti di cambiamento. La co-costruzione può aiutare a collocare la storia in una storia più grande, permettendo così al bambino di ottenere una prospettiva più ampia, facilitata anche dalla considerazione di finali alternativi, dal chiarimento di incomprensioni nella narrazione e nella ri-narrazione della storia  (McLeod 1997). 

6. Play Therapy Strutturata

Le terapie di gioco strutturate si sono evolute a partire dalla corrente psicoanalitica negli anni Trenta e Quaranta. Rispetto alla psicoanalisi tradizionale, in questi interventi il terapeuta, assumendo un ruolo più attivo, sceglie il materiale di gioco al fine di guidare e aiutare il bambino a raggiungere gli obiettivi terapeutici. Gli interventi strutturati sono vari e si differenziano principalmente in base ai materiali usati e le abilità verbali necessarie.

Release Therapy

Questo tipo di terapia di gioco è stata sviluppata in America da David Levy negli anni Trenta. Si tratta di una terapia di “rilascio” della tensione emotiva, diretta ad aiutare bambini che hanno vissuto un particolare evento doloroso o traumatico ad acquisire padronanza sui sentimenti associati ad esso. Lo scopo infatti, è quello di usare il gioco come mezzo per ricreare situazioni stressanti, al fine di liberare il bambino dalle emozioni negative collegate ad esse. Si basa sull’idea psicoanalitica della coazione alla ripetizione, per cui, attraverso la re-interpretazione e la risperimentazione di un particolare evento, i sentimenti repressi o bloccati vengono rilasciati e, infine, elaborati (Levy, 1938).

Gove Hembridge (1955) amplia il lavoro di Levy per applicare la sua tecnica in ambito clinico, in particolare per risolvere problemi legati a eventi traumatici. Il ruolo del terapeuta diventa più direttivo e consiste nel ricreare situazioni conflittuali, per poi lasciare che il bambino giochi liberamente con tali scenari.

7. Play Therapy Adleriana

La Play Therapy Adleriana è una tecnica ed una metodologia terapeutica, di matrice individualpsicologica, che utilizza il gioco nella terapia con il bambino.

Secondo Terry Kottman (2001), ci sono quattro momenti fondamentali che caratterizzano la play therapy ad orientamento adleriano: il primo, consiste nel creare un rapporto cooperativo, egualitario ed emotivo con il bambino; il secondo consiste nell’ esplorare lo “stile di vita” del bambino attraverso il gioco; il terzo è finalizzato a promuovere l’insight del bambino; il quarto prevede orientamento e rieducazione, fornendo la possibilità di esplorare nuove modalità di interazione.

Il gioco è inteso come canale preferenziale per l’accesso all’ esplorazione ed all’intervento sul bambino. Attraverso il gioco il terapeuta ha la possibilità di proiettarsi in senso finalistico per come il bambino si è strutturato fino a quel momento, non solo proiezione del mondo interno introiettato dalle esperienze precedenti. L’obiettivo del gioco è, quindi, strettamente legato al fatto di poter esplorare “l’ignoto” e sviluppare un sapere che è sia di tipo esperienziale-emotivo che cognitivo.

Il terapeuta guida il bambino verso obiettivi costruttivi, attraverso l’incoraggiamento, la responsabilizzazione e la costruzione della relazione.

8. Play Therapy Prescrittiva

La play therapy prescrittiva è stata descritta per la prima volta da Heidi Gerard KadusonDonna Cangelosi e Charles Schaefer (1997, 2019). Essi sostengono che la stretta aderenza a una teoria potrebbe non essere efficace per il trattamento dei bambini, pertanto, raccomandano l’uso di più costrutti. Il terapeuta, infatti, deve essere competente in più di un orientamento teorico e più tecniche di play therapy, sia direttiva che non direttiva. Inoltre, deve essere flessibile e abile nell’adattare un particolare intervento al proprio stile personale.

Tale integrazione riflette l’evidenza per cui la maggior parte dei disturbi psicologici sono complessi e multidimensionali, causati da un’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali, e spesso in comorbilità tra di loro.

In quest’ottica, i play therapists prescrittivi cercano di acquisire una comprensione più profonda di quale potere terapeutico del gioco, inteso come agente di cambiamento, sia più efficace per specifici disturbi. Schaefer e i suoi colleghi hanno identificato 20 poteri terapeutici del gioco in grado di produrre cambiamenti terapeutici.

Tra i principi cardine che guidano la pratica di questo approccio vi sono l’applicazione di interventi empiricamente supportati, la valutazione completa dei sintomi e delle cause del problema del paziente, e il monitoraggio dei suoi progressi.

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